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Il cinema di Mario Piredda

Incontro con il regista di A casa mia, Miglior Cortometraggio 2017 ai Premi David di Donatello.

Capita spesso di doversi allontanare dalla Sardegna per rendersi realmente conto di quanto le apparteniamo. Interporre tra noi e l’isola la giusta distanza permette di avere una visione totale, oggettiva, più chiara della sua bellezza, del suo carattere, del suo valore.

Una visione nitida come quella che si può trovare in alcuni dei lavori di Mario Piredda sardo di nascita e bolognese di adozione che col suo film A casa mia si è aggiudicato il premio per il Miglior Cortometraggio ai Premi David di Donatello 2017. Un’idea nata cinque anni fa e poi, come spesso capita, riposta in un cassetto in attesa che arrivasse il momento giusto.

Laureato al DAMS indirizzo cinema, nel 2004 fonda, insieme ad alcuni colleghi ed amici, la casa di produzione EleNfant film e l’anno successivo vince il concorso “AViSa” (Antropologia Visuale in Sardegna) promosso dall’ISRE, grazie al quale ottiene un finanziamento che gli permette di girare Il suono della miniera.

Per poterti esprimere sei dovuto andar via dalla Sardegna, pensi che qui non ci siano opportunità?

Questa è una domanda alla quale possono rispondere di più i fatti, nel senso che ci sono tutta una serie di autori e registi in Sardegna che stanno portando avanti il loro percorso e lo stanno facendo molto bene. Solo negli ultimi anni si sta producendo tantissimo, le cose che vedo sono molto belle, per cui anche chi rimane, secondo me, se ha qualcosa da dire e ha il talento e la volontà riesce a farlo. Ormai non ci sono più i confini di una volta, prendi un aereo e in un’ora sei a Roma, sei a Milano; anche internet è un grande aiuto per il lavoro. Forse qualche anno fa era più difficile adesso ci sono molti meno limiti.

Io sono partito più per una mia personale esigenza di cambiamento e soprattutto per poter frequentare un’università che in Sardegna non c’era. Avevo il sogno di fare il regista, però non ho pensato che per farlo sarei dovuto necessariamente uscire dall’isola.

Nel 2011 hai sfiorato il David di Donatello con Io sono qui, opera che ha vinto la sezione Vetrina Sardegna al Sardinia Film Festival. Quanto sono importanti i festival del cortometraggio per un regista e per il panorama cinematografico in generale?

Per un regista che è alle prime armi, che fa esclusivamente cortometraggi, penso che sia l’unica vetrina in questo momento in Italia per far conoscere il proprio lavoro. Con Io sono qui e Los aviones que se caen, per esempio, ho girato il mondo partecipando a diversi festival, sono arrivati tantissimi premi, sono esperienze che servono sia come stimolo per proseguire che per far conoscere agli altri il proprio lavoro. Credo sia l’unico mezzo in Italia, anche perché nei cinema è difficile accedervi e le televisioni italiane non danno molto spazio al film breve. Poi non dico che sia impossibile, io ho fatto qualche passaggio televisivo con alcuni cortometraggi, molto poco in Italia, di più all’estero. Ecco, forse all’estero c’è più attenzione.

Inoltre i festival, al di là della visibilità e dei premi, sono fatti dalle persone che ci ruotano attorno, è sempre un bel momento per stringere rapporti, per socializzare.

David di Donatello che ti sei aggiudicato quest’anno con A casa mia, parlaci di questo lavoro.

Il lavoro è nato quasi cinque anni fa e solo l’anno scorso, grazie ad un interessamento reciproco tra me e la casa di produzione bolognese Articolture, ho deciso di tirarlo fuori dal cassetto. Ho mandato loro la bozza della sceneggiatura e mi hanno richiamato immediatamente dopo averla letta entusiasti, chiedendomi un incontro per definire i dettagli della produzione. Il cortometraggio è stato girato in due momenti divisi tra inverno e inizio estate, come richiesto dalla sceneggiatura. C’è stata una lunga fase di montaggio, anche perché non avevo fretta di farlo uscire; invece, alla fine del 2016, l’abbiamo inviato a qualche festival, il primo a rispondere è stato Corto Dorico dove ci siamo aggiudicati cinque premi e così abbiamo deciso di inviarlo anche al David di Donatello. La notizia della vittoria mi è arrivata una mattina, per telefono, mi ero appena svegliato e non sapevo se stessi ancora sognando o meno!

Sia Io sono qui che A casa mia sono ambientati in Sardegna, il secondo è addirittura girato completamente in sardo. Come mai queste scelte?

Stare lontano dall’isola ti fa capire quanto tu ci sia legato, forse è per questo che ogni cosa che scrivo la immagino in Sardegna, i personaggi li vedo muoversi lì, comportarsi, parlare come sardi. In A casa mia volevo raccontare lo spopolamento dei paesini e anche un po’ la perdita delle tradizioni. Mostrare una Sardegna lontana dall’immaginario comune andando a girare d’inverno; l’isola cambia tantissimo da una stagione all’altra ed è un fatto che ho voluto far vedere nel cortometraggio, il paesaggio invernale, freddo, desolato, lontano dalla faccia che tutti conoscono fatta di sole, mare e ombrelloni.

Per quanto riguarda gli attori protagonisti?

Ho fatto una scelta un po’ rischiosa! Un attore non professionista, ma sardo con un’attrice professionista non sarda. Però Giusi Merli ce l’avevo in testa da tempo, l’unico problema era che io volevo assolutamente che il cortometraggio fosse recitato in sardo. Ho fatto dei casting alla ricerca di una persona simile a lei, ma alla fine mi sono fidato del mio istinto e l’ho contattata. All’inizio era molto spaventata, non si sentiva di potercela fare e mi chiedeva di doppiarla. Io però ero sicuro che ci sarebbe riuscita anche perché ha vissuto per tanti anni in Sardegna e anche se non parlava la lingua il suono non le era del tutto estraneo. E alla fine, col tempo e tanto studio, il risultato è arrivato.

Qualche aneddoto legato al film?

Per esempio c’è una scena, alla fine del film, girata in un posto in cui ero stato tantissime volte, ci passavo e ripassavo sempre verso sera e vedevo dei tramonti spettacolari! Il giorno delle riprese invece ci siamo ritrovati lì con un tempaccio! La scena era già abbastanza complicata, in più stava piovendo. Solo verso la fine il cielo si è un po’ aperto, ma non era esattamente quello che avevo immaginato.

Possono capitare delle avversità come questa, comunque risolvibili, oppure ti possono capitare anche delle fortune. Come il fatto di trovare una balena spiaggiata e avere l’opportunità di filmarla. Mi avevano dato questa notizia mentre stavamo girando e per me in quel momento era importante concentrarsi sulle riprese. Solo che continuavo a pensare a quell’immagine. Così, l’ultimo giorno, mentre ci preparavamo a partire, ho chiesto di tornare per fare quell’inquadratura e hanno tutti accettato.

Stai già pensando al prossimo progetto?

Sì, sto scrivendo un lungometraggio insieme a Giovanni Galavotti, il co-sceneggiatore di A casa mia, si intitolerà L’agnello, anche questo ambientato in Sardegna. Avevo già provato altre volte a scrivere un lungometraggio, ma mi ero sempre fermato per la difficoltà nel visualizzare tutta la storia; ora, forse, mi sento finalmente pronto! La produzione è la stessa di A casa mia, Articolture, ci siamo trovati bene a collaborare e quindi proseguiamo.

Il prossimo giugno Mario Piredda sarà ospite del Sardinia Film Festival e in quell’occasione verrà proiettato il suo cortometraggio A casa mia.

Paola M. Ruiu

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